Mineo e i tredici dissidenti

Fondale2 Assemblea PD-kWQD-U430205170968159KC-593x443@Corriere-Web-SezioniPoteva essere una mina pericolosa sul percorso delle riforme ma Renzi ha dimostrato, anche questa volta, di avere una marcia in più (la scenografia è lì a ricordarlo a tutti: 40,8%).  Nella relazione il premier ricorda che “Dopo aver preso quel sacco di voti là, non puoi far finta di niente, hai il dovere morale di rispondere alle domande dei cittadini, il Pd ha la responsabilità di cambiare il paese: barra dritta, testa alta, cuore gonfio di responsabilità e basta con il giochino che se uno non è d’accordo non si va avanti, non ci lasciamo stritolare dai veti, Il tempo delle mediazioni è terminato”. “Ci sono spazi per discutere singoli punti di dettaglio ma non è possibile tute le volte ripartire da capo… Non ci blocchiamo perché un senatore non vuole: ci prendono per matti e ci ricoverano tutti”.

Afferma che “Nessuno espelle nessuno, non siamo epuratori ma per il lavoro in commissione è doveroso che ci siano i numeri per rispetto della volontà dei cittadini e quindi se un senatore è dissidente, le regole vogliono che il capogruppo ne prenda il posto”.

Colpiti e affondati.

L’accusa principale era quella di voler eliminare la dialettica interna e di voler epurare i dissidenti. In realtà, invece, molti senatori, soprattutto non Renziani (leggi Francesco Russo)  hanno ribadito che sulle riforme c’è stata la massima dialettica interna.

La mia sensazione è che Corradino Mineo non avesse nessuna intenzione di migliorare la riforma ma avesse l’unico obiettivo di impedire che la soluzione proposta da Renzi arrivasse in aula.

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