Il labirinto delle garanzie

indexArticolo di Michele Ainis pubblicato su Corriere.it

Il Titanic delle riforme rischia d’affondare sbattendo contro un doppio iceberg. L’elezione diretta del Senato, in primo luogo: respinta dal governo, però caldeggiata da Grillo, auspicata da Alfano, bramata da un fronte eterogeneo del dissenso tra le file del Pd e di Forza Italia. E in secondo luogo le preferenze per eleggere i nuovi deputati, negate anch’esse dall’ Italicum , ma agognate anch’esse come il primo amore. Errore: non è su questi ostacoli che può interrompersi la navigazione. Dopotutto, «Batman» Fiorito ottenne 26 mila voti di preferenza. E un Senato non elettivo costituisce la regola in Europa: funziona così in Francia, Germania, Austria, Olanda, Regno Unito, e almeno parzialmente in Belgio e in Spagna.

Dov’è allora lo scoglio? Sott’acqua: c’è, ma non si vede. Come la trama impercettibile di relazioni e di reciproche influenze tra i poteri dello Stato, come il gioco di pesi e contrappesi che garantiscono la tenuta del sistema. Ecco, le garanzie. Il bicameralismo paritario rispondeva a quest’ultima funzione, nel bene e nel male. Se ce ne sbarazziamo, se al contempo iniettiamo vitamine nelle vene del governo, dobbiamo giocoforza individuare altri presidi della legalità costituzionale. Perché vale pur sempre l’antidoto del vecchio Montesquieu contro ogni deriva autoritaria: «Il potere arresti il potere».

E quale potere dovrà armarsi d’un fischietto? Non il nuovo Senato: per come si va configurando, diventerà un raccordo fra lo Stato e gli enti decentrati, non un organo di garanzia. Nemmeno un’altra authority , come se le 14 esistenti non fossero abbastanza. Ma è sufficiente rafforzare i garanti già indicati dalla Costituzione, a partire dal capo dello Stato.

Qui però sbuca l’inghippo. Con un Senato di 100 componenti, e senza più il concorso dei delegati regionali, il presidente verrà eletto da un collegio di 730 parlamentari. Ergo , al partito che incassa il premio di maggioranza nell’aula di Montecitorio basteranno 26 senatori per spedire un proprio fiduciario al Quirinale. E il fiduciario nominerà a sua volta 5 persone di fiducia alla Consulta, dispenserà grazie e medaglie ai fedeli del partito, ne eseguirà ogni ordine da uomo fidato. E no, non ci fidiamo. Ma il rimedio è già nero su bianco: l’emendamento Gotor-Casini, che allarga la platea dei grandi elettori ai 73 europarlamentari, votati con il proporzionale. D’altronde, non è forse vero che l’Italia è ormai una cellula dell’Unione Europea? E non è vero che il presidente assorbe varie competenze in questo campo, sia in politica estera che in materia di difesa?

Dopo di che c’è ancora qualche pezza da cucire. Per esempio attribuendogli il potere di rinviare le leggi una seconda volta, con un veto superabile soltanto a maggioranza assoluta. Innalzando il quorum per eleggere il presidente della Camera, in modo da affiancare all’arbitro un guardalinee più autorevole. Permettendo l’accesso delle minoranze parlamentari alla Consulta. Disinnescando i conflitti d’interesse, e quindi sottraendo ai deputati il potere di decidere sulla validità della propria elezione, sulle immunità, sulla paga di Stato. Potenziando gli istituti di democrazia diretta, l’unica pistola che hanno in tasca i cittadini. Rendendo obbligatorio il referendum confermativo su ogni riforma costituzionale, compresa quella in cantiere. Del resto, proposte analoghe possono già leggersi fra i 7.850 emendamenti depositati in Senato, anche se è un po’ come cercare l’ago nel pagliaio. Ma basta dotarsi d’una lente, e avere voglia di guardare.

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