Come migliorare l’Italicum (Roberto Giachetti e Benedetto Della Vedova)

indexAbbiamo iniziato entrambi la nostra militanza politica partecipando, oltre vent’anni fa, all’impresa referendaria per rimediare ai guasti di un sistema elettorale che, proprio grazie alle preferenze, aveva di fatto istituzionalizzato il voto di scambio e portato l’Italia ad un passo dal default politico e finanziario.

A differenza di molti che allora condivisero quell’iniziativa non abbiamo cambiato idea, né sulla diagnosi del male, né sulla terapia che dovrebbe curarlo. Non siamo dei pentiti dell’uninominale-maggioritario e pensiamo che la marcia indietro proporzionale realizzata dal Porcellum – pur in un quadro formalmente bipolare – sia stata un errore e che il ritorno al voto di preferenza rappresenterebbe un ulteriore e forse definitivo passo nella direzione sbagliata.

In un Paese di cui neppure il bipolarismo ha risolto la fisiologica frammentazione politica, le riforme elettorali passano dalla ricerca di faticosi compromessi. L’Italicum è uno di questi e non certo il peggiore. Possiamo cercare di migliorarlo, ma non fingendo di considerare migliore una modifica, di cui non si considerino le conseguenze sul piano del governo e della vita delle istituzioni.

In questo modo pensiamo che vada valutata la questione della scelta dei parlamentari da parte degli elettori. L’introduzione del voto di preferenza, che gode di un consenso trasversale tra le forze politiche e di un favore solo presunto nel l’opinione pubblica, avrebbe effetti prevedibili e tutti negativi: la trasformazione del voto in una transazione individuale – legale o illegale – tra elettore e eletto; la “libanizzazione” dei partiti; l’incremento esponenziale dei costi della politica e l’instaurazione di un regime di “democrazia di scambio”, con effetti devastanti sulla legislazione e sul bilancio pubblico. Tutte cose che dovremmo conoscere a memoria, ma che in troppi fingono di dimenticare. Così come troppi eludono il dato, empiricamente dimostrato, che di tutti i sistemi elettorali quello fondato sulle preferenze è in assoluto il meno rappresentativo, perché la somma delle preferenze individuali raccolte dai candidati eletti rappresenta sempre un’esigua minoranza dei votanti.

La lista bloccata, che nell’Italicum peraltro ha una forma e una misura molto diversa dal Porcellum, è un istituto discutibile, ma diffuso in moltissime grandi democrazie. Il voto di preferenza, al contrario, è un fattore di indiscutibile corruzione della vita politica e non casualmente – nella forma in cui si pretende di reintrodurlo in Italia – non è presente in nessun Paese che gli italiani possano considerare, anche lontanamente, un modello democratico.

Se si vuole garantire insieme il principio di rappresentanza e quello di governabilità, si potrebbe dunque tornare direttamente al Mattarellum, usando il 25% per l’eventuale premio di maggioranza e per assicurare il diritto di tribuna delle forze minori. È lo scenario che preferiremmo. Se si vuole invece rimanere fedeli alla logica del compromesso che ha ispirato l’Italicum pensiamo che, se davvero si vogliono superare le liste bloccate, si possa tornare ai collegi e al voto uninominale, adeguandolo all’impianto proporzionale dell’Italicum. Condividiamo con il professor D’Alimonte la convinzione, ribadita sul Sole 24 Ore (Preferenze, la via d’uscita è il “Toscanellum”), che le preferenze siano una “scelta sbagliata”, dagli “effetti nefasti”. A sua differenza, non pensiamo che per arrivare alla rapida approvazione dell’Italicum sia necessario rassegnarsi a pagare il prezzo di una quota, più o meno vicina alla metà del totale, di eletti con le preferenze, sul modello del cosiddetto Toscanellum. Esiste un’alternativa.

Come fare? Non consideriamo, a questi fini, il sistema delle soglie che può essere ritoccato o rimanere inalterato, ma unicamente il sistema di presentazione delle candidature e ripartizione dei seggi. In primo luogo, per ciascuna circoscrizione si sostituiscano i collegi plurinominali dell’Italicum con un numero di collegi uninominali pari alla metà dei seggi da assegnare. In Italia in questo modo i collegi passerebbero da un massimo di 120 a 309. L’altra metà dei candidati sarebbe presentata da ciascuna forza politica in piccole liste circoscrizionali bloccate.

Il riparto nazionale previsto dall’Italicum, comprensivo del premio di maggioranza, in primo luogo determinerebbe, per ciascun partito, l’elezione dei candidati che abbiano ottenuto nel proprio collegio la maggioranza relativa dei voti. Gli ulteriori seggi di maggioranza o di minoranza sarebbero assegnati a ciascun partito “pescando”, in primo luogo, dai candidati di collegio perdenti che abbiano ottenuto risultati migliori di quello medio circoscrizionale. In subordine, e solo in subordine, se rimanessero ancora seggi da assegnare, si “pescherebbe” dalla lista bloccata. Facciamo un esempio: se al partito A spettano tre seggi nella circoscrizione X, in cui ha ottenuto una percentuale pari al 30% dei voti, i primi eletti sarebbero i candidati di A che hanno vinto nei rispettivi collegi, poi, se necessario, i perdenti che hanno superato il 30% e a seguire, nel caso in cui i seggi da assegnare non fossero ancora esauriti, il primo della lista bloccata.

Al netto di altri marginali aspetti tecnici, su cui qui è inutile dilungarsi, si conseguirebbero due obiettivi “virtuosi” sul piano della rappresentatività, senza modificare l’impianto proporzionale del l’Italicum e mettere a rischio il principio di governabilità. Innanzitutto, in ciascun collegio sarebbe eletto il candidato rappresentativo della maggioranza degli elettori. Il più votato va alla Camera. In secondo luogo, per determinare gli altri eletti, prima di ricorrere alla lista bloccata, che rimarrebbe “di riserva”, si premierebbero i migliori perdenti, dunque, ancora una volta, i più rappresentativi. Vogliamo discuterne o dobbiamo tutti far finta che la salvezza della democrazia italiana passi dalla logica del “Vota Antonio, Vota Antonio!”, perfettamente immortalata nel famoso film di Totò?

Pubblicato su Il Sole 24 ore

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