Contributivo, retributivo e diritti acquisiti tutti i numeri dell’equità previdenziale ( Valentina Conte)

imagePrelevare un pezzetto dello “squilibrio”, ovvero della differenza tra la pensione percepita e i contributi versati. E destinare quella somma ad esodati, assegni minimi, cassa integrazione in deroga. Il governo potrebbe chiamarlo “contributo di equità” anziché di solidarietà. Perché interverrebbe su coloro che hanno maturato la pensione con il sistema retributivo o misto ( in parte retributivo, in parte contributivo ). E che dunque beneficiano, nella maggior parte dei casi, di un assegno più generoso di quello che avrebbero incassato se, come capita ora alle nuove generazioni, fosse calcolato in base ai soli contributi effettivamente accumulati.

Ebbene, se l’operazione “equità” andasse in porto e includesse gli assegni da 2 mila euro lordi in su, dunque quelli incassati da un milione e 700 mila pensionati (dati 2013 ), il governo ne ricaverebbe un gettito da 4,2 miliardi annui. Chiedendo a ciascuno un contributo da 100 a sopra i 400 euro al mese (lordi), a seconda della fascia. L’ipotesi, elaborata dagli economisti de lavoce.info Tito Boeri, Fabrizio Patriarca e Stefano Patriarca ( quest’ultimo lavora nell’ufficio studi Inps), è considerata con interesse dal governo Renzi. Ebbene secondo questo scenario sarebbe chiesto «a solo il 10% dei pensionati che hanno un reddito più alto e che possiedono il 27% del totaledellepensioni , un contributo medio pari a meno di un quarto di quanto non è giustificato dai contributi che hanno pagato». Lo “squilibrio”, appunto.

In questo modo, secondo gli autori, si ridurrebbe sebbene «solo in parte», l’iniquità del nostro sistema previdenziale. Ma come funziona il contributo di equità? Occorre intanto ricostruire la storia contributiva dei pensionati in questione. Se è vero che ciò è impossibile per i dipendenti privati prima del 1974 e per quelli pubblici prima del 1996 ( per un problema di archivi), è però abbastanza agevole utilizzare una stima, una sorta di “forfettone”, predisposto dal decreto attuativo della riforma Dini, datato 1997, in grado di individuare in modo abbastanza affidabile i contributi versati. Ciò fatto, si sottrae la pensione effettiva da quella cosi calcolata in base ai soli contributi. E su questo spread, su questa differenza, si applica il prelievo di “equità”. Ma in modo progressivo.

In base alle ipotesi di Boeri-Patriarca, le aliquote sono tre, cosi da alleggerire il contributo sulle pensioni medie, le più colpite (visto che lo “squilibrio”, la differenza tra pensione percepita e contributiva, è meno marcato per gli assegni alti ). E si applicano cosi: 20% dello squilibrio su pensioni tra 2 mila e 3 mila euro mensili; 30% dello squilibrio su pensioni tra 3 mila e 5 mila euro; 50% dello squilibrio su pensioni superiori ai 5 milaeuro.Il taglio degli assegni sarebbe in media tra il 3 e il 7%, «non un intervento draconiano», visto che il blocco dell’indicizzazione degli ultimi due anni – fanno notare Boeri-Patriarca – li ha già ridotti del 4%circa . Il sacrificio più marcato ( fino ad oltre il 10% ) sarebbe per gli ex dipendenti pubblici con pensioni sopra i 6 mila euro. In finale, dunque, il governo estrarrebbe da una base imponibile di 17 miliardi, poco più di 4 miliardi. Coinvolgerebbe nell’operazione “equità” quasi 2 milioni di pensionati: 850 mila ex dipendenti privati, 770 mila pubblici, 100 mila lavoratori autonomi ( con il prelievo più basso ). Per la gran parte uomini e pensioni di anzianità.

Fonte La Repubblica

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