Grand commis in rivolta dopo la bacchettata: Palazzo Chigi ci isola (Pirone Diodato)

Sono allibiti, perplessi, emarginati, anche bastonati negli stipendi. Ma gli alti burocrati a loro modo resistono alla tempesta renziana. Quelli più alti in grado (tranne i consiglieri di Camera e Senato) si sono visti ridur la paga da 300 a 240 mila euro lordi annui.

Altri – specie quelli di Palazzo Chigi – hanno perso sostanziose indennità e anche l’auto blu. Ieri poi l’intervista al Messaggero di Antonella Manzione, l’ex responsabile dei Vigili di Firenze nominata da Matteo Renzi capo del legislativo che ha messo in evidenza «trappole e diffidenze». La classica ciliegina sulla torta. E allora siamo andati a tastare l’umore dei superburocrati italiani intervistandone alcuni, naturalmente senza taccuino. «Il mio giudizio sul governo? Mah, direi d’allarme. Meglio, di preoccupazione mista a scoramento – sospira il primo davanti ad un caffé lungo sorseggiato con vista sulle finestre di Palazzo Chigi – Non parlo del mio caso personale. E non sono nemmeno tanto impensierito per il testo di un decreto di peso come quello dello Sblocca Italia che non è ancora sulla Gazzetta Ufficiale a 10 giorni dal consiglio dei ministri. Può capitare. E’ capitato. E’ una spia accesa. Ma ce ne sono ben altre».

Un altro sorso e l’alto papavero continua, ma con tono accorato: «Quello che è grave, e che non ho mai visto in vita mia, è che è lentissima l’attività spicciola: la lettera a favore di un’amministrazione; la direttiva che sblocca una cosa; la correzione dei tanti piccoli errori che è fisiologico fare nell’attività spicciola. E’ sconcertante».

Lo sfogo del burocrate non è isolato. «La Manzione è un’ottima persona – dice un collaudato capodipartimento («Ho lavorato con 10 governi, forse più») dietro l’assicurazione dell’anonimato – Ma qui è la squadra che non gira. Accentrare tutto sulla scrivania del presidente del consiglio non può funzionare. Fisicamente. Il governo non è una giunta comunale. E se gli italiani percepiscono un messaggio del tipo “armiamoci e partite” si corrono brutti rischi». Sono pesanti, insomma, i racconti che filtrano dagli uffici più prestigiosi (o ex prestigiosi) da Palazzo Chigi e rimbalzano fra i corridoi e le poltrone di maggior spessore dei ministeri. L’accusa è chiara: la rivoluzione generazionale, politica e burocratica, ha determinato anche dilettantismo e velleitarismo.

Quanto pesa l’acredine per l’emarginazione dei buro-matusalemme? Difficile dirlo. «Non nascondo un qualche rancore per le modalità sbrigative con le quali mi hanno sfilato alcune indennità – sibila un terzo superburocrate al telefono – Ma non vedo tracce di rivolte e sabotaggi». «Quello che colpisce – spiega il funzionario nella pausa di una riunione – E’ che per la prima volta a memoria d’uomo un governo non cerca alleati fra i burocrati. Ne basterebbero 100-200 per far camminare il programma dell’esecutivo su piedi buoni e di buona lena. Invece non si distingue fra “buoni” e “cattivi” e neanche fra “fedeli” e “inaffidabili”. Non lo vogliono fare o non sono capaci? Non si capisce». Eppure Antonella Manzione, nella sua intervista, ha raccontato d’aver trovato «dirigenti molto bravi» e ha anche lanciato a modo suo («Un modo di collaborare si trova») una ciambella ai direttori generali travolti dal ciclone renziano. Ciambella rimasta a mezz’aria. Anche l’altro ieri da Bologna Matteo Renzi non l’ha mandata a dire ai “tecnici” allevati nella prima repubblica «di cui non vogliamo i consigli». E il racconto renziano, fin dal linguaggio, fin dal midollo, è un racconto di liberazione anti-burocratica. Musica per moltissimi italiani. Già, ma poi le leggi bisogna produrle. Scriverle bene. Coordinarle. Attuarle. E difenderle.

Pubblicato su Il Messaggero di martedì 9 settembre 2014, pagina 8

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