Ci vuole una nuova legge e non il ribellismo dei sindaci (Vladimiro Zagrebelsky)

Vladimiro_ZagrebelskyVladimiro Zagrebelsky, fratello di Gustavo ex presidente della Corte Costituzionale e magistrato italiano, giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo dal 2001 al 2010, interviene con un articolo su La Stampa sulla decisione di alucni sindaci di non rispettare la circolare emanata dal Ministro degli Interni che cvieta di registrare ai fini del diritto italiano, matrimoni omosessuali conclusi all’estero in Stati che li ammettono.

Infatti nonostante la Corte costituzionale abbia , in piena sintonia con la realtà della società contemporanea, più volte affermato che la stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, è una delle formazioni sociali cui la Costituzione si riferisce e che ad esse «spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri», ciò che «necessariamente postula una disciplina di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia». (…)

Da quattro anni ormai la sentenza della Corte costituzionale non ha avuto il seguito necessario di una legge approvata dal Parlamento.

In assenza della legge richiesta dalla Costituzione, alcuni sindaci, qua e là in Italia, hanno dato disposizioni agli uffici comunali di registrare ai fini del diritto italiano, matrimoni omosessuali conclusi all’estero in Stati che li ammettono. Si tratta palesemente di registrazioni che confliggono con le leggi in vigore in Italia.

Iniziative solo apparentemente simili, di altri sindaci hanno portato all’istituzione di registri comunali su cui possono essere iscritte le convivenze di coppie non sposate, omo o eterosessuali che siano. La similitudine è solo apparente, poiché non si tratta del riconoscimento di matrimoni e gli effetti dell’iscrizione riguardano solo possibili interventi comunali di carattere sociale. Il segnale politico inviato in tal modo è forte e evidente, senza tuttavia che la legge sia violata.

(…) I sindaci sono ovviamente obbligati a osservare le leggi, fino a quando non siano abrogate, dichiarate incostituzionali o modificate, ma in più, per quel che riguarda gli atti dello stato civile – come sono le registrazioni di matrimoni -, i sindaci sono «ufficiali dello stato civile», articolazioni locali del governo nazionale e in particolare del ministero dell’Interno. Essi allora non rappresentano la comunità locale, ma attuano la legge nazionale, sotto la vigilanza dei prefetti e del governo centrale. E che la disciplina dello stato civile debba essere eguale in tutto il territorio nazionale è appena ovvio.

Qualunque opinione si possa avere sui matrimoni omosessuali e la regolamentazione alternativa che tali unioni richiedono alla luce della Costituzione, il ribellismo nientemeno che di sindaci, ufficiali di stato civile, è frutto e sintomo, oltre che causa di un disfacimento delle istituzioni fondamentali della Repubblica, che non dovrebbe essere apprezzato nemmeno da coloro che, nel merito, condividano il segno politico che le illegali registrazioni esprimono.

Il diritto di resistenza rispetto alle leggi ingiuste ha nobili ascendenze ed anche importanti manifestazioni storiche. Gli obiettori di coscienza al servizio militare, in Italia nel passato e ora in altri Paesi, ne sono un esempio. Ma quegli obiettori erano dei privati cittadini, pagavano il loro rifiuto andando in prigione. E riuscirono a far cambiare la legge. In nessun modo i sindaci che ora sfidano il governo meritano l’apprezzamento e l’ammirazione che quegli obiettori si son guadagnati.

Articolo completo pubblicato su La Stampa di Giovedì 9 ottobre 2014

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