Contro la deflazione servono misure radicali (Carlo De Benedetti – stralcio)

(…) In tutti i documenti ufficiali delle Banche centrali si è continuato a parlare di rischio di bassa inflazione, e in parte lo si fa ancora ora, mentre era evidente che l’Europa scivolava verso la deflazione. Chi ha visto prima e meglio sono stati gli economisti americani. (…)

La deflazione è una rovina per tutti. Ma per chi è molto indebitato lo è di più. Il costo di quel debito diventa un macigno, sempre più difficile da ripagare. Nel mondo il totale dei debiti privati e pubblici raggiunge il 272 per cento del pil. Nessuno può permettersi la deflazione. Ma tanto meno può permettersela l’Europa che ha una popolazione uguale al 5 per cento di quella mondiale, un pil pari al 20 per cento e un debito pari al 50 per cento del debito pubblico mondiale. E ancor meno può permettersela l’Italia che ha l’1 per cento della popolazione mondiale, il 2.5 per cento del pil e il 20 per cento del debito mondiale.

Matteo Renzi ha dimostrato di essere un eccellente politico e quindi saprà fare la sua parte in Europa. Anche questa manovra è nel complesso positiva.

Ma è proprio da un punto di vista tecnico che dico che la legge di stabilità appena approvata non serve a far uscire l’Italia dal suo declino o meglio dal suo degrado. Le misure adottate nella manovra, seppur positive, sono totalmente insufficienti a fare superare al paese la spirale recessione-deflazione. Lo sono per il semplice fatto che non modificano in modo netto la consumer behavior e le consumer expectations. Senza la fiducia in una svolta, e nella convinzione che i prezzi caleranno di mese in mese, gli italiani continueranno a rinviare le loro scelte di acquisto. Così non si va da nessuna parte. (…)

Il fatto è che serve una scossa inflazionistica, che vada anche oltre quell’obiettivo programmatico del 2 per cento che nei mesi scorsi è totalmente scomparso dai radar dei parametri europei. Credo che il 3-4 per cento per i prossimi due anni possa essere un obiettivo utile e sostenibile. Anche per far calare il tasso di cambio con il dollaro, che a questi livelli penalizza fortemente le produzioni dell’Eurozona. Una parte di quel lavoro contro la deflazione dovrebbe poi farlo Bruxelles raddoppiando almeno la massa d’urto degli investimenti prospettati dal piano Junker: da 300 a 600 miliardi di euro per attestarsi a un livello almeno confrontabile ai corrispettivi impegni americani.

Dovrebbero farlo i governi europei per immettersi sulla strada di regole comuni sostenibili (almeno gli investimenti fuori dal calcolo del deficit!) e, finalmente, di un governo comune politico dell’economia. Dovrebbe farlo, deve farlo, la Germania, immettendo potere d’acquisto nella sua economia e investendo a deficit per riequilibrare una situazione insostenibile nel medio periodo, per cui Berlino oggi vende a tutti e compra troppo poco da alcuni. Ma nell’attesa che tutto questo accada, l’Italia deve rompere gli indugi e avere almeno il coraggio che ebbe Gerhard Schröder quando dieci anni fa portò il deficit tedesco oltre il 3 per cento, indicando nello  stesso tempo le riforme per rientrare nel medio periodo.

La trattativa in corso è umiliante per noi e per l’Europa. Discutere dello 0,3 per cento in più di correzione, quando sono sette anni che l’economia non cresce e sono stati bruciati 8 punti di Pil è cosí assurdo da apparire irreale.

Bisogna investire nell’economia 48 miliardi, lasciando aumentare il rapporto deficit/pil di tre punti e operando un draconiano taglio di tasse sul costo del lavoro. Lo sforamento lo si deve dichiarare preventivamente, impegnandosi su un programma di riforme tale da riportare il Paese in tre anni al di sotto del parametro del 3 per cento, in parte attraverso l’aumento del denominatore (dunque del Pil) e in parte attraverso tagli di spesa improduttiva fino a 28 miliardi nel triennio e un prelievo progressivo sulle pensioni oltre i 2 mila euro. Da subito, però, va eliminata totalmente l’Irap residua (20 miliardi), si riduce di una somma analoga l’Irpef sui ceti medio-bassi e si investe il resto in una vera riforma degli ammortizzatori sociali, senza la quale è impossibile parlare di snellimento (necessario) della pubblica amministrazione e di flessibilità virtuosa del mercato del lavoro.

Come ha scritto l’Economist di questa settimana, in un servizio per la verità tardivo sul rischio della deflazione, non bastano più i piccoli interventi. La deflazione è una malattia che non si combatte con le aspirine e nemmeno con il cacciavite. Qui si tratta di invertire le aspettative. Perciò serve il coraggio della politica migliore, in Italia come in Europa.

Sento già l’obiezione: De Benedetti, ma se l’Italia fa salire il deficit al 6 per cento del pil, come reagiranno i mercati? Credo di conoscere i mercati meglio di molti altri e sono convinto che nei prossimi mesi chi compra e vende titoli nel mondo ci punirà se non saremo in grado di rilanciare la crescita, non se supereremo quegli sciocchi parametri di vent’anni fa. Ho già detto del rapporto del Tesoro Usa e delle preoccupazioni americane sulla mancata crescita europea. Ma anche gli ultimi rapporti del Fondo monetario e di Moody’s, cosi come gran parte dei paper degli uffici studi delle banche internazionali hanno messo al primo punto dei rischi di stabilità per il nostro Paese la mancata crescita.

Se ci sarà da parte del governo italiano un piano serio, con una tempistica molto chiara delle riforme e del rientro in tre anni del deficit, allora io sono certo che i mercati reagiranno favorevolmente. Non c’è la controprova? Può darsi. Ma la deflazione ormai è tra noi. E se indugeremo ancora, mangerà anche quel po’ di ricchezza che ancora ci rimane e non ci rimarrà più niente da tentare per uscirne. Once deflation has an economy in its jaws – ha scritto l’Economist – it is very hard to shake off. Europe’s leaders are running out of time. Una grande canzone rock di trent’anni fa diceva “better to burn out than to fade away”. Ecco, evitiamo di consumarci in un lento e inesorabile degrado, interrompiamo la spirale del nostro destino, vedrete che l’Italia non brucerà.

Fonte Il Foglio

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