La vera storia di come Renzi ha deciso di puntare tutto sul nome di Matteralla

verdini-knTB-U4306098877906oNF-593x443@Corriere-Web-SezioniC’è un partito di Denis Verdini. Renzi lo sa ed è uno dei motivi per i quali ostenta tanta tranquillità sul futuro delle riforme e del suo governo. Per ora si tratta solo di una quindicina di deputati, ma sono numeri che possono essere decisivi al Senato, dove il margine di sicurezza di Renzi è di 11 voti soltanto.

Il partito di Verdini forse verrà allo scoperto nelle prossime settimane, visto che in Forza Italia siamo in pieno “tutti contro tutti” e Silvio Berlusconi comincia a farci i conti adesso, più che altro perché le pie donne del Cerchio Magico gliene parlano con insistenza.

E poi qualcuno gli ha spifferato che i verdiniani hanno votato Mattarella e in effetti sembra proprio che sia andata così. Ma Renzie il partito di Verdini lo conosce da più tempo, e ne ha tenuto conto per giocare la sua partita sul Quirinale.

Conviene allora fare un passo indietro e tornare alla settimana scorsa. Il premier chiede un nome a Pierluigi Bersani per il Colle e l’ex segretario Pd gli fa quello di Giuliano Amato. Dario Franceschini gli propone Amato in alternativa a Piero Fassino. I Giovani Turchi di Orfini sono compatti su Amato e dell’ex braccio destro di Bettino Craxi sono convinti anche due fedelissimi come Maria Elena Boschi e Dario Nardella. Tanto basta perché uno sospettoso come Renzi si senta circondato. E non va bene.

Pittibimbo allora trova la via di fuga. Chiama Bersani e gli ricorda che due anni prima aveva lanciato come candidati Amato o Mattarella e gli spiega che il secondo, oggi, metterebbe in un angolo Berlusconi. Ci sta Bersani a mettere in un angolo l’ex Cavaliere? Ci sta eccome. L’uomo fedele alla “Ditta” raccoglie il consenso dei Giovani Turchi di Orfini, mentre Renzie pensa a Franceschini “et voila”: il partito è compatto sulla Mummia sicula. Si va dritti come treni. E si vince.

E qui si torna a Verdini. Come mai Renzie ha osato tanto con Forza Italia? Per due ragioni. Perché il duplex Guerini-Lotti gli ha garantito che le riforme non rischiano né al Senato né alla Camera e perché era, ed è, personalmente convinto che un manipolo di forzisti sia in realtà renziano. Si tratta di quel gruppo di deputati verdiniani, una sorta di “Responsabili 3.0”, di cui si parlava prima e che ha finito per convergere su Mattarella.

E che cosa tiene insieme deputati di partiti diversi? Semplice, l’antica fobia per le elezioni anticipate. Da quando ci si è convinti che Renzie punta a chiudere la legislatura nel 2018, il grido di battaglia è “viva Renzi!”

C’è un altro che è pronto a ingoiare qualsiasi rospo purché non si vada a elezioni anticipate ed è Angelino Alfano. Per i modi con cui Renzie ha gestito la partita del Quirinale, le acque del suo Ncd sono ancora parecchio agitate. Maurizio Sacconi e Barbara Saltamartini si sono dimessi e anche tra i ciellini della compagnia c’era chi aveva immaginato chissà quali strappi.

Tutte fantasie. A riportare Alfano con i piedi per terra sono stati i “bracci economici” del partito, ovvero l’avvocato Andrea Gemma, che siede nel consiglio dell’Eni, e il finanziere Salvatore Mancuso, dotato di poltrona all’Enel. Entrambi hanno ricordato al ministro degli Interni che lontano dal governo si spegne la luce, per l’Ncd.

Tornando a Forza Italia, sarebbe un errore sottovalutare il partito di Verdini pesandolo solo numericamente. Il senatore toscano sa perfettamente che la sua linea è maggioritaria nei pranzi di Arcore del lunedì, quelli in cui gli interessi del Biscione prevalgono su tutto e governano anche le scelte di partito.

Finchè Fedele Confalonieri, Ennio Doris, Pier Silvio e Marina Berlusconi rimangono convinti che bisogna stare attaccati al carro di Renzie, “che difende le aziende italiane”, Denis Verdini è in una botte di ferro. In fondo tutto viene (e si mantiene) da Mediaset, anche la corte romana che ora mal sopporta il pontiere toscano.

Fonte: Dagoreport

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