Strage al Palazzo di Giustizia di Milano

palazzo-di-giustizia-milano-400x215Dopo il primo momento di sconcerto e tristezza per la strage del palazzo di giustizia di Milano e in attesa delle indagini che accerteranno i fatti, sembra ormai probabile che la tragedia sia frutto del gesto di un folle.

Nel merito ritengo siano due gli elementi principali che hanno permesso che la strage avvenisse.

Innanzitutto una falla nei sistemi di sicurezza, un’imperdonabile e assurda negligenza nei controlli. Infatti, anche se fosse stato un momento di follia imprevedibile, la sicurezza in luoghi come i Tribunali deve essere assicurata sempre, in ogni evenienza.

Mi chiedo come possa essere possibile che un uomo sia riuscito ad entrare armato di una pistola, ad uccidere tre persone e ad uscire tranquillamente dal tribunale più importante del Paese.

Quello che è avvenuto è allo stesso tempo imbarazzante e terribile perché ci apre gli occhi sulla realtà dei nostri standards di sicurezza nazionali: siamo in pericolo ovunque.

Il secondo è la mancanza di credibilità delle nostre istituzioni che con la loro inefficienza hanno ormai definitivamente spezzato quel rapporto di fiducia tra cittadino e Stato.

Sulle motivazioni del gesto concordo con la nota dell’Unione delle Camere Penali che ritiene fuorvianti e inopportune le parole di Rodolfo Sabelli e Gherardo Colombo che vedono la strage come conseguenza dell’odio contro le toghe.

Nella nota si legge che “la gravità del fatto è chiara ed è attribuibile a una lucida follia, frutto forse della disperazione e di un disagio sociale, che spesso s’interseca a una sofferenza di natura psicologica: in questo contesto, sul processo, civile o penale che sia, si scaricano tutte le tensioni e le aspettative sociali, il che rende più vulnerabili i suoi protagonisti, senza nessuna distinzione”.

Il fatto che l’omicida abbia scientemente ucciso il giudice, l’avvocato e il coimputato fa capire che l’atto era rivolto contro l’intero sistema e non conseguenza della delegittimazione della politica verso la categoria dei magistrati.

Se una lezione politica si deve apprendere da questa tragedia, è che per il prossimo futuro sarà necessario rinsaldare quel rapporto stato cittadino (non con la retorica o le slides)  con una vera riforma della p.a. dove ogni funzionario pubblico sia responsabile del compito affidatogli e oggetto di seria valutazione.

La politica deve stabilire per ogni amministrazione obiettivi precisi, numericamente indicati e trasparenti, collegando premi e sanzioni al loro raggiungimento e mettendo in moto meccanismi indipendenti di valutazione.

Non è facile ma se vogliamo veramente una “rivoluzione” dobbiamo avere il coraggio di affrontare sfide difficili. Altrimenti ricadremo ogni volta nella retorica.

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