Le prove Invalsi e la loro revisione

indexTornano, come ogni anno, le prove Invalsi nelle scuole e come al solito tornano dubbi e polemiche.

Sia i docenti che gli studenti protestano fino al boicottaggio delle prove in quanto alcuni li trovano  inadeguati altri perché hanno paura che serviranno per la valutazione dei docenti .

Sia chiaro che le prove Invalsi non potranno mai essere utilizzate per valutare i singoli docenti, specie se in ballo vi sono premi retributivi o di carriera. Esistono solide ragioni metodologiche, tecniche e pedagogiche (gli apprendimenti di uno studente sono il frutto di un lavoro di squadra) per escludere questa ipotesi (Andrea Gavosto su La Stampa).

Infatti, il  merito dei singoli docenti deve essere valutato in altri modi anche perché questo tipo di prove, per loro natura, non sono adatte a valutare la qualità di una scuola sotto alcuni aspetti cruciali, come la capacità di inserire un ragazzo straniero o di essere inclusiva nei confronti di un disabile.

Per questo, servono ulteriori strumenti, ad esempio, visite periodiche alle scuole da parte di osservatori specificamente preparati a questi compiti o aumentare le responsabilità dei presidi. Molti sono gli studi e i progetti come quello del MIUR “Valorizza”.

Che le prove siano inadeguate , invece, è un fatto assodato sia per il tipo di test, sia per le modalità utilizzate ma soprattutto perché dopo aver scattato la fotografia della situazione scolastica italiana nessuno interviene.

Infatti le conclusioni di oggi sono le stesse degli anni ’70 o dell’inizio delle prove Invalsi: le ineguaglianze derivano dalla collocazione territoriale (Bruno Losito , docente a Scienze della formazione all’Università di Roma Tre).

Ma se queste prove devono servire per  programmare le politiche nazionali oppure piuttosto per permettere ai docenti della singola scuola di intervenire sulle carenze sono necessari investimenti cospicui per supportare le classi, dare loro esperti, fondi, tempo ( Clotilde Pontecorvo , professore emerito di Psicologia evolutiva alla Sapienza). Dopo la fotografia c’è bisogno dell’analisi, di nuove strategie e nuovi comportamenti per migliorare.

Clotilde Pontecorvo suggerisce anche,  che dopo 13 anni  di test, la necessità di prevedere una ricerca che studi e analizzi sul serio se queste prove siano servite a qualcosa, se siano state utili per cambiare oppure no,  se hanno fatto avviare miglioramenti oppure sono rimaste nei cassetti.

Nessuno mette in dubbio l’utilità di queste informazioni ma si ritengono addirittura necessarie per confrontare il livello raggiunto su tutto il territorio nazionale, per capire in generale come va il sistema d’istruzione in Italia e per dare informazioni sui punti di forza e di debolezza di ciascuna scuola, permettendole di confrontare i propri risultati con quelli delle altre scuole (tenendo conto naturalmente delle differenze economiche, sociali e culturali del contesto).

Ma, dopo più di un decennio, le prove hanno bisogno non solo di un tagliando ma di una revisione approfondita per essere migliorate, consapevoli , però che esse non sono l’unico strumento a disposizione perché esse sono solo uno dei pilastri su cui fondare la valutazione e il miglioramento delle scuole italiane.

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