Chi non sopporta Matto Renzi

unnamedPrima ancora di vedere il gioco di prestigio del “bonus” sulle pensioni i poteri forti hanno emesso la loro sentenza su Matteo Renzi: è un venditore di fumo, con l’aggravante di essere uno che governa praticamente da solo. Ma al momento non ci sono alternative e solo una crisi economica può scalzare il bulletto di Rignano sull’Arno da Palazzo Chigi, anche se una sconfitta alle elezioni in Liguria potrebbe aprirgli una ferita dolorosa sul fianco sinistro e metterne in discussione il potere.

 Ma i giudici della Consulta non sono i soli a guardare a Renzi come un mezzo intruso. Nell’avvocatura dello Stato, tra i consiglieri di Stato e in generale tra tutti i grand commis c’è una sorda avversione per il primo presidente del Consiglio che ha scelto di non avvalersi dei “professionisti delle leggi”, ma di privilegiare il Giglio magico e gli amici degli amici.

Lo stesso discorso vale per questori e prefetti: l’ossatura del Viminale e della Polizia di Stato non ama personaggi un po’ arroganti come Renzi e preferisce un tratto più democristiano. Ed è cambiata l’aria anche tra i carabinieri, dove con il passaggio di consegne tra Leonardo Gallitelli e Tullio Del Sette il tasso di anti-renzismo è salito nettamente (mentre alla Guardia di Finanza, guidata dal generale Capolupo, i renziani sono in maggioranza).

Non parlate poi del segretario del Pd agli ambasciatori, piuttosto nervosi per i tagli alle indennità. Alla Farnesina sanno di non essere amati da Palazzo Chigi, che preferirebbe di gran lunga diplomatici non di carriera, e adesso si preparano a un nuovo scossone come le dimissioni del viceministro Lapo Pistelli, che fu il primo a essere rottamato da Renzi (dopo averlo politicamente svezzato).

Contro Renzi ci sono anche i vertici della Rai, con l’ectoplasma Tarantola che in commissione di Vigilanza ha demolito la riforma di Viale Mazzini e il dg Luigi Gubitosi che non è mai riuscito a farsi ricevere dal premier e mastica amaro. Mentre Palazzo Chigi resta trattato con i guanti bianchi da tutti i giornaloni, per quello che vale.

Tra le altre principali controllare del Tesoro, invece, le cose vanno benone per Renzi. Ma del resto non potrebbe essere diversamente in Eni, Enel e Terna, dove i vari Descalzi, Starace e Del Fante sono stati messi proprio dal premier-

Nelle due principali banche del Paese la situazione è articolata. Ai vertici di Intesa Sanpaolo c’è un Abramo Bazoli ancora fieramente prodiano e lettiano, ringalluzzito dal match point siglato sulla nomina di Fontana al Corriere della Sera.  L’ad Carlo Messina invece si tiene a distanza dalla politica e con il governo si barcamena.

In Unicredit l’ad Federico Ghizzoni ha espresso in varie interviste parole di incoraggiamento per l’azione di Palazzo Chigi e il potente vicepresidente Fabrizio Palenzona, che in azienda muove le sue pedine attraverso la regia del vicedirettore generale Paolo Fiorentino, è un renziano a tutto tondo. Per inciso, l’ultima tornata di nomine in Unicredit, con il rinnovo del cda, è stata in gran parte decisa a casa di Francesco Gaetano Caltagirone, in un summit al quale hanno partecipato Palenzona e Luca Cordero di Montezemolo.

In Ubi Banca, uno dei primi cinque istituti italiani, l’influenza di Bazoli si fa sentire e per Renzi c’è poca simpatia. Il dato non è di poco conto perché Ubi è una delle possibili soluzioni al problema Monte dei Paschi di Siena che preoccupa Piercarlo Padoan, Ignazio Visco e Mario Draghi.  

E per restare nell’alta finanza va registrato che Renzi non vuole rimanere tagliato fuori da quello che bolle in pentola sul fronte delle telecomunicazioni e del riassetto televisivo, insomma dalle partite che incrociano i destini di Telecom Italia, Mediaset e Sky. Per questo è ansioso di incontrare Vincent Bollorè, il patron di Vivendi che con la sua quota in Telecom sarà uno dei registi della nuova stagione.

Sul fronte della grande industria, infine, le cose per ora non vanno male per Renzi. A parte lo sbandieratissimo appoggio della Fiat di Marchionne a Renzi, c’è da registrare una generale soddisfazione per gli sgravi ottenuti e per il quadro macroeconomico che spinge l’export.

Un quadro che è merito in gran parte di Draghi, che con l’iniezione di liquidità da parte della Bce e il calo record dell’euro ha creato le condizioni ottimali, insieme al crollo del petrolio, per una ripresa dell’industria italiana.  

Se questo è il quadro del “sentiment” dei poteri forti nei confronti di Renzi, vediamo quali sono le accuse principali. La prima è quella del “fumo”, delle troppe chiacchiere, della propaganda continua. La seconda è quella di muoversi con arroganza, senza costruire il giusto consenso intorno alle sue scelte e cercando sempre un “nemico” da abbattere, che sia il sindacato o la Pubblica amministrazione. Ma l’addebito più pesante è quello di governare praticamente da solo. Anzi, in tre: lui, la Madonnona Boschi e Luca Lotti.

“Nemmeno Mussolini ha preteso di governare l’Italia con due persone”, fa notare un grand commis di grande esperienza. E coglie nel segno, perché davvero Renzi si fida solo del ministro delle Riforme e del suo sottosegretario fiorentino. Al massimo apre ogni tanto la porta delle “decision room” a Paolo Aquilanti, segretario di Palazzo Chigi, e allo spin doctor Filippo Sensi.

In questo quadro, una battuta d’arresto di Renzi in Liguria potrebbe essere uno schiaffo pesante per come incendierebbe un partito che finora non ha saputo resistergli, ma non ne sancirebbe la sconfitta, anche se darebbe voce e spazio ai suoi avversari. Il fatto è che al momento non c’è un vero “competitor” per Renzi ed è per questo che la sua vera sconfitta potrebbe arrivare solo da una crisi economica innescata da un default della Grecia.

La partita tra Atene e la Troika è assolutamente aperta e Roma assiste incrociando le dita. La nostra ripresa, anzi, ripresina, è tutta “drogata” dalle mosse di Draghi e si scioglierebbe come neve al sole in caso di esplosione della crisi greca. Con il nostro debito pubblico-monstre e il deficit sempre in bilico, l’Italia sarebbe il bersaglio preferito della speculazione internazionale. E il governo Renzi sarebbe costretto a fare le valige.

Articolo di Dagoreport

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