La buona scuola e il merito dei dirigenti

LOGO_La_buona_scuolaIl disegno di legge sulla “Buona Scuola”, approvato il 20 maggio alla Camera dei deputati con 316 voti a favore, sta creando forti contrapposizioni a volte ideologiche e pregiudiziali, altre comprensibili e legittime.

Il timore è che in tanto livore si perdano di vista i pregi di un provvedimento che condizionerà il futuro dei nostri studenti.

La novità più criticata è quella che prevede l’aumento dei  poteri dei presidi scolastici, e in particolar modo la possibilità che avranno di conferire “incarichi triennali, rinnovabili, ai docenti assegnati all’ambito territoriale di riferimento”.

Leggendo il testo è evidente di come non stiamo parlando né di preside sceriffo né di una possibile chiamata diretta, poiché il preside non assume i docenti in quanto sono già dipendenti dello Stato.

 Infatti,  per gli insegnanti che non abbiano ricevuto o non abbiano accettato proposte, provvederà l’ufficio scolastico regionale ad assegnarli ad un istituto (articolo 9) mentre i docenti già assunti in ruolo a tempo indeterminato, alla data di entrata in vigore della legge, conservano la titolarità presso la scuola di appartenenza (articolo 8).

Da sottolineare che il nuovo sistema finalmente abroga quello precedente basato sulle graduatorie cui il dirigente scolastico doveva rigidamente attenersi, figlie d’iniquità e clientelismi del passato e  dove il merito era completamente assente.

Alla discrezionalità del dirigente fa da contraltare sia l’obbligo di pubblicare e motivare tutte le decisioni prese dal preside (dovranno essere pubblicate sul sito della scuola) sia la valutazione degli ispettori ministeriali sul loro operato (decisiva per la distribuzione di premi economici aggiuntivi alla retribuzione).

In una P.A. dove nessuno è valutato e nessuno è responsabile di nulla il tentativo, anche se debole, del governo è lodevole.

Le pecche sono rappresentate dal fatto che vi è una certa indeterminatezza sul processo di valutazione dei presidi: “In materia di valutazione dei dirigenti scolastici e nelle more della revisione del sistema di valutazione, si tiene conto dei criteri utilizzati dal dirigente per la scelta, la valorizzazione e la valutazione dei docenti e dei risultati dell’istituzione scolastica”.

E’ un’indicazione troppo generica e che rinvia a una ridefinizione del sistema di valutazione successiva rispetto alla legge di riforma che potrebbe non arrivare mai.

Non basta ad attenuare le paure dei docenti e ritengo necessario un intervento deciso già nel testo attuale.

Punti sicuramente positivi e qualificanti della riforma sono l’alternanza scuola-lavoro e  l’obbligo di rendere pubbliche molte informazioni sulle singole scuole, il profilo dei docenti e le caratteristiche degli edifici (dati preziosi per le famiglie che devono scegliere l’istituto per i loro figli che non dovranno più accontentarsi del passa parola tra genitori).

Esistono però (ahimè) anche alcuni punti dolenti.

Nonostante comprenda i motivi del governo, trovo assolutamente sbagliato prevedere l’immissione in ruolo di migliaia precari senza verificarne almeno le competenze didattiche . Quanti di questi nuovi docenti di ruolo sono in grado veramente di insegnare ai nostri figli?Avrei preferito un qualche processo valutativo prima dell’assunzione.

La seconda perplessità riguarda la decisione di riproporre l’inutile gratifica monetaria  (5%) ad alcuni docenti scelti chissà come, abbandonando a priori un percorso che privilegi stabilmente chi è bravo e si impegna.

Infine, ritengo inadeguato anche il percorso formativo per i futuri docenti. Non basta la laurea e un concorso per essere dei bravi insegnanti. Avremmo bisogno anche nella scuola del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti affinchè ad essere garantiti siano gli studenti e non solo i lavoratori.

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