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Il fallimento della spending review in Italia

arton26202Sergio Rizzo ci ricorda su Il Corriere della Sera come la spending review in Italia sia una chimera, un’utopia.

Una delle prime volta in cui si inizio a parlare di «revisione della spesa» fu in un lancio di agenzia dell’Ansa il 16 marzo del 2007 :«Tesoro: parte la revisione della spesa, nominata commissione di esperti». Era il governo di Romano Prodi con il miglior ministro dell’economia degli ultimi anni,  Tommaso Padoa Schioppa.

Da allora la revisione della spesa con la sua definizione inglese “spending review” è stata citata in 9.844 lanci dell’Ansa, a una media di 3,29 citazioni al giorno e molti tra commissari e consiglieri si sono alternati nell’impossibile (per l’Italia) compito .

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Serve un uomo solo per la spending review?

Uno studio di tre economisti italiani, Oriana Bandiera, Andrea Prat e Tommaso Valletti ha dimostrato che è possibile ridurre la spesa del 2% circa del PIL, 30 miliardi di euro, senza ridurre la qualità dell’azione pubblica e senza ridurre l’occupazione nelle aziende che vendono alla Pubblica Amministrazione.

Un obiettivo condiviso da molti paesi nel mondo, i quali da anni hanno costruito un sistema efficiente per applicare la spending review. In gran Bretagna, ad esempio, è stata costituita un’autorità garante indipendente con obiettivi quinquennali. In Italia, invece, si è deciso di seguire un’altra strada, quella cioè del commissario straordinario.

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La spending review: l’importante è parlare delle cose. Non necessariamente farle.

Circa un anno fa, il 6 luglio 2012, il governo Monti fece debuttare nel dibattito politico l’ennesimo anglicismo destinato a divenire di uso comune: spending review. Questo fu il nome assegnato al decreto legge n.95, poi convertito il mese successivo, il quale conteneva una serie di disposizioni mirate al contenimento della spesa pubblica corrente che avrebbero dovuto – nelle intenzioni – liberare a regime svariati miliardi di euro da destinare alla riduzione della pressione fiscale.

L’importanza delle parole…spending review quella vera!

È in discussione in Parlamento l’ultimo provvedimento presentato dal Governo Monti denominato “spending review” . Fa specie che tutti i giornali, anche quelli tecnici, cioè di natura economica, sbaglino utilizzando frequentemente questo termine inglese nell’ indicare le manovre del governo.

Come scrive l’economista Paolo LeonÈ un termine che nei fatti non vuol dire nulla, che viene utilizzato per coprire operazioni di altra natura, in questo caso di semplice taglio, perché quello che è importante per l’Europa sono i saldi”.

Allora perché ripetere sempre e ovunque “spending review” ?

A mio parere , dato che le parole rappresentano un potente veicolo emozionale, usare un termine anglosassone al posto di un altro più concreto, che evoca dei sacrifici, può modificare la nostra percezione della realtà e perfino cambiare i nostri comportamenti, magari evitando o solo rimandando le proteste.

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