Archivi categoria: Pubblica amministrazione

Il Formez è un pozzo senza fondo.

banner_webcallQuando si dice: predicare bene e razzolare male. Spesso, nel Belpaese, abbiamo esempi di tal genere. Ma quanto emerge dalla relazione della Corte dei conti pubblicata proprio in questi giorni sulla gestione economica di Formez Pa, è alquanto paradossale.

Partiamo però da un assunto: il Centro servizi, assistenza, studi e formazione per l’ammodernamento delle Pubbliche Amministrazioni ha un ruolo essenziale, specie nell’attuale periodo di spending review. L’innovazione tecnologica, d’altronde, comporta evidentemente anche un risparmio e un taglio delle inefficienze e degli sprechi. Non è un caso che sia proprio Formez che, ormai da anni, monitora – per fare un esempio su tutti – il continuo (e giusto) taglio delle auto blu di cui per troppo tempo le amministrazioni hanno goduto a sbafo. Detto ciò, però, è forse proprio per questi motivi che appare paradossale che sia proprio Formez, che risponde al ministero della funzione pubblica guidato da Marianna Madia, a costare troppo, specie in consulenze e incarichi esterni. Per di più, andando esattamente contro a quanto previsto dalla legge. Continua a leggere

Cottarelli : “Spese senza controlli. Bisogna cambiare testa”

ad4239ba53c29852e0269ab64b2fdd93-1759-kZmE-U1040173765660MjF-640x320@LaStampa.itRiportiamo alcuni stralci dell’ intervista rilasciata da Carlo Cottarelli a Alessandro Barbera pubblicata il 27 ottobre scorso a La Stampa.

(…)

I risultati non sono entusiasmanti.

«Ora c’è la norma che porterà alla drastica riduzione delle centrali di acquisto pubbliche, quella che introduce l’obbligo di fatturazione elettronica, c’è una prima lista di prezzi benchmark. È in vigore un decreto che imporrà un tetto di cinque auto a ministero, è stata completata l’introduzione dei fabbisogni standard nei Comuni, c’è una banca dati delle partecipate pubbliche. Sono soltanto alcuni esempi di quel che è stato fatto».

In Italia i capi di gabinetto hanno sempre l’ultima parola. Perché? Continua a leggere

Garanzia Giovani, ecco numeri veri e risultati falsi (Giulia Rosolen)

logo-500x462Giulia Rosolen, responsabile area formazione ADAPT, scrive che il caso Garanzia Giovani porta alla luce, quello che abbiamo cercato per anni di tenere sotto il tappeto, la nostra incapacità di orientare e calibrare l’azione regolatoria ai risultati.

Eppure la Raccomandazione europea impegna chiaramente gli Stati Membri a monitorare e valutare le misure sottoposte agli schemi relativi alla garanzia per i giovani, affinché si possano elaborare più strategie ed interventi basati su fatti concreti (cfr. considerando 24).

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La spending review può cambiare la Pa (Paolo De Ioanna)

Ogni ceto burocratico incorpora e utilizza una teoria dei processi economico sociali; questa teoria, a sua volta, incorpora una scala di valori e di priorità. Tra questo ceto e i politici che operano direttamente nelle istituzioni non c’è alcuna soluzione di continuità: c’è necessariamente uno scambio continuo di esperienze, valutazioni, decisioni.

La qualità delle politiche pubbliche si alimenta della qualità e della organizzazione di questo scambio. Naturalmente è opportuno che la distinzione di ruoli e responsabilità resti netta, ma si tratta di una convenzione che serve a far funzionare un sistema politico a base democratico-rappresentativa: ci deve essere la possibilità di comprendere bene, chi ha deciso, perché e sulla base di quali elementi cognitivi. (…)

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Grand commis in rivolta dopo la bacchettata: Palazzo Chigi ci isola (Pirone Diodato)

Sono allibiti, perplessi, emarginati, anche bastonati negli stipendi. Ma gli alti burocrati a loro modo resistono alla tempesta renziana. Quelli più alti in grado (tranne i consiglieri di Camera e Senato) si sono visti ridur la paga da 300 a 240 mila euro lordi annui.

Altri – specie quelli di Palazzo Chigi – hanno perso sostanziose indennità e anche l’auto blu. Ieri poi l’intervista al Messaggero di Antonella Manzione, l’ex responsabile dei Vigili di Firenze nominata da Matteo Renzi capo del legislativo che ha messo in evidenza «trappole e diffidenze». La classica ciliegina sulla torta. E allora siamo andati a tastare l’umore dei superburocrati italiani intervistandone alcuni, naturalmente senza taccuino. «Il mio giudizio sul governo? Mah, direi d’allarme. Meglio, di preoccupazione mista a scoramento – sospira il primo davanti ad un caffé lungo sorseggiato con vista sulle finestre di Palazzo Chigi – Non parlo del mio caso personale. E non sono nemmeno tanto impensierito per il testo di un decreto di peso come quello dello Sblocca Italia che non è ancora sulla Gazzetta Ufficiale a 10 giorni dal consiglio dei ministri. Può capitare. E’ capitato. E’ una spia accesa. Ma ce ne sono ben altre».

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Ma la rivoluzione parte dagli insegnanti (Mariapia Veladiano)

Non si sa più da che parte prenderla la scuola italiana. Siamo tutti stremati dall’infinita sequenza di “grandi riforme rivoluzionarie”. Eppure qualcosa è necessario fare per ricostruire la fiducia. Qualcosa che parta proprio dagli insegnanti. Perché la storia del loro reclutamento non si lascia raccontare. Arrivati in aula per mille diversi “canali”, come orrendamente si dice, fra loro alla rinfusa sovrapposti, disordinati, ogni anno diversi, promettenti e costosi.

Sono poi, gli insegnanti, scivolati in graduatorie di prima, seconda, terza fascia, a scorrimento, a esaurimento. Illusi, disillusi, spostati di qua e di là. In questo momento è forse possibile ma di sicuro inutile fare la lista delle colpe. Servono prudenti e pensati interventi che disinneschino i conflitti e le disfunzioni tenendo presente le ingiustizie più evidenti ma soprattutto il bene degli studenti che non possono cambiare insegnante ogni anno.

La scuola esiste per loro, non per risolvere il problema del precariato. Piccoli passi: contratti di supplenza triennali, esistono già in Trentino, piacciono a tutti, il supplente rinuncia ad avvicinarsi a casa se si libera un posto vicino, ma sa dove lavorerà, gli studenti hanno tre anni assicurati. Piccoli passi: non cambiare le regole del gioco in corsa, i contenziosi devastano i rapporti fra colleghi. Non serve un altro concorsone con canale privilegiato, ma la progressiva paziente soluzione dei contenziosi ancora sospesi.

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Per combattere la corruzione basta anche una lotteria (Tommaso Nannicini)

indexMose di Venezia, Expo di Milano, rimborsi gonfiati nei consigli regionali, intrecci tra appalti e politica locale: in Italia la corruzione politica torna sotto i riflettori. Il nostro Paese non è certo l’unico in cui il problema desta preoccupazione. Il Brasile, in particolare, ha una lunga tradizione di irregolarità e corruttele nella gestione dei fondi pubblici da parte della politica locale. Nel 2003, per aggredire questo malcostume, il governo Lula ha varato un programma anticorruzione unico nel suo genere.

Ogni mese, una “lotteria” ufficiale (a cui possono assistere giornalisti e cittadini) estrae a sorte una cinquantina di governi locali, nei quali viene subito inviata una pattuglia di ispettori selezionati nazionalmente, ben formati e pagati con un salario competitivo. Una sorta di “intoccabili” della lotta alla corruzione locale. Questi ispettori passano al setaccio ogni aspetto inerente la gestione dei fondi pubblici e degli appalti a livello comunale. Non si limitano a controlli formali, ma incontrano imprese, conducono interviste, incrociano dati. E redigono un rapporto che viene inviato alla magistratura (nel caso spuntino fuori episodi con rilevanza penale) e al governo federale (perché prenda provvedimenti nei casi di mala gestione dei trasferimenti pubblici). Non solo: al rapporto viene data ampia pubblicità sui vecchi e sui nuovi media, mettendo i cittadini a conoscenza di irregolarità più o meno gravi.

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La rosa della giustizia

imageDino Martirano per “Il Corriere della Sera”

Al ministero di via Arenula ormai la chiamano la «rosa della giustizia»: è un fiore che ogni giorno si arricchisce di un nuovo petalo ma che ancora non è sbocciato completamente. Lo staff del ministro Andrea Orlando, guidato dal capo di gabinetto Giovanni Melillo (che ha scelto di graficizzare la riforma della giustizia con un sommario a forma di rosa), ha prodotto una gran mole di schede sintetiche e analitiche, mentre l’ufficio legislativo del Guardasigilli, affidato a Mimmo Carcano, ha già scritto, laddove è stato possibile, i testi di legge definitivi.

Se per il processo civile ormai si parla di testi pronti per il consiglio dei ministri del 29 agosto, per il penale (prescrizione) e per la parte ordinamentale (Csm) Orlando deve ancora chiudere l’accordo all’interno della maggioranza. Ecco dunque le principali novità contenute nella riforma della giustizia Renzi-Orlando.

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La decimazione degli statali (Tito Boeri)

Tito-Boeri345Negli  ultimi 5 anni il pubblico impiego ha perso circa 260.000 dipendenti, un calo del 7%, quasi il doppio di quello registrato in questo periodo per il totale degli occupati in Italia. Negli enti previdenziali pubblici e nelle amministrazioni centrali dello Stato la riduzione è stata, rispettivamente, del 15 e del 10 per cento. Sono principalmente gli effetti del blocco del turnover nella pubblica amministrazione rinnovato a più riprese in questi anni.

Ci si aspetterebbe che, a fronte di una così forte riduzione del numero di dipendenti pubblici, si siano registrate consistenti riduzioni della spesa pubblica, soprattutto della spesa corrente, destinata in gran parte proprio a pagare gli stipendi nella pubblica amministrazione. Eppure non è così: la spesa corrente in questi anni ha soltanto rallentato il suo cammino trionfale. I tagli veri, addirittura in termini nominali, hanno interessato solo la spesa in conto capitale, quella cui non dovremmo mai rinunciare se non vogliamo rinunciare al nostro futuro. La spesa corrente non è diminuita perché gli stipendi pubblici in meno si sono trasformati in pensioni in più da pagare, sempre a carico del contribuente.

Inoltre, se il numero di stipendi è diminuito, in molte amministrazioni ne è aumentato l’importo medio in virtù di promozioni e scatti d’anzianità (è il caso di magistrati e docenti).
I politici che si sono cimentati con il compito di ottenere risparmi nel pubblico impiego in questi anni hanno tutti ragionato a compartimenti stagni, come se spingere qualcuno verso la pensione e avere uno stipendio in meno a carico volesse dire risparmiare. Ma se chi esce dal pubblico impiego riceve, oltre al Tfr, una pensione per 30 anni, calcolata ancora in gran parte con il generoso sistema retributivo, il risparmio per le casse pubbliche è solo virtuale. Quello stipendio si trasformerà in trasferimento più o meno della stessa entità. E siccome è immaginabile che l’ex lavoratore, prima di andare in pensione, avesse una produttività superiore allo zero, (anche i celebri fanigottoni non sono mai completamenti inattivi), avremo, da una parte, una persona che è sempre a carico della collettività e che per lo più viene pagata proprio per non fare nulla, e, dall’altra, l’amministrazione pubblica presso cui il dipendente operava che magari assume un lavoratore, con un contratto temporaneo, per coprire le mansioni svolte in passato da chi è andato in pensione. Se mettiamo insieme il magro stipendio del lavoratore temporaneo e la pensione dell’ex dipendente pubblico (che spesso arriva fino all’80% dell’ultimo salario), la spesa a carico dello Stato può risultare addirittura più alta di prima.
Un altro vizio di fondo nella gestione del nostro pubblico impiego è quello di non preoccuparsi minimamente dell’esempio che si offre al settore privato. Da sempre e a dispetto di qualsiasi affermazione di principio sulla necessità di assimilare al privato i contratti nel pubblico impiego, si concedono al datore di lavoro Stato condizioni di favore rispetto al privato. I famigerati co.co.co., contratti di collaborazione coordinata e continuativa, ad esempio, continuano a esistere solo nel pubblico impiego, quando nel privato sono stati soppiantati dai contratti a progetto. Per quanto la differenza tra co.co.co. e co.co.pro spesso sia più di forma che di sostanza, non si vede in base a quale principio il datore di lavoro pubblico debba poter far ciò che non viene concesso a chi crea lavoro (e entrate fiscali) nel privato, anziché essere a carico del contribuente.
In altre parole, il pubblico si comporta come un datore di lavoro privato quando non dovrebbe affatto comportarsi come tale e si rifiuta di agire come un imprenditore privato quando sarebbe giusto farlo. A differenza di un’impresa privata, dovrebbe preoccuparsi se manda lavoratori in pensione perché le quiescenze graveranno pur sempre sul suo bilancio. E dovrebbe sempre evitare di concedersi deroghe a norme che invece impone, per buoni motivi, ai datori di lavoro privati.
Purtroppo la legge delega sulla riforma della Pubblica amministrazione su cui il governo ha ottenuto la fiducia della Camera la scorsa settimana e che approderà in Senato a fine agosto, sembra seguire la stessa logica. È stata definita rivoluzione copernicana forse perché punta tutto su una rotazione, quella dei lavoratori al tramonto, ormai prossimi alla pensione. I relatori della maggioranza sostengono che questo ricambio generazionale è fonte di risparmi, ma vengono smentiti dalla relazione tecnica alla riforma. La legge votata dalla Camera reintroduce per alcune categorie di dipendenti pubblici, che non hanno nulla a che vedere con gli esodati del privato, quota 96 e la possibilità di andare in pensione prima di 62 anni senza alcuna riduzione dell’assegno pensionistico rispetto a chi va in pensione dai 65 anni in su. Permette a insegnanti che erano andati in pensione optando per il metodo contributivo di vedersi riconosciuta la ben più ricca pensione retributiva.
Sono tutte opzioni e trattamenti negati ai lavoratori e ai datori di lavoro del settore privato che in questi anni hanno dovuto gestire esuberi di più di un milione di lavoratori non potendo, come in passato, ricorrere ai prepensionamenti. Per fortuna il governo ieri è tornato sui suoi passi presentando emendamenti soppressivi dopo il parere negativo della Ragioneria. Ma non è solo una questione di coperture. Con che faccia potrebbe oggi il datore di lavoro pubblico presentarsi al cospetto di esodati e imprenditori privati, trattandoli tutto sommato come categorie di serie B? Il bello è che queste operazioni, che ci riportano indietro a prima della riforma Fornero (con la benedizione convinta di Cesare Damiano, autore di un’altra celebre controriforma delle pensioni), vengono presentate come un modo di fare spazio ai giovani. Ma aumentando la spesa pubblica, dunque le tasse, si finisce solo per ridurre le opportunità di lavoro per i giovani.
Certo la riforma punta a parole (come le leggi già in vigore) anche sulla mobilità dei dipendenti pubblici tra un’amministrazione e l’altra. Ma non si pone un interrogativo molto semplice: perché nel settore pubblico la mobilità volontaria procede in direzione opposta che nel settore privato? Perché la migrazione del privato è dalle aree ad alta disoccupazione del nostro Mezzogiorno verso le regioni del centro-Nord, mentre sono tantissimi i dipendenti pubblici che chiedono di essere trasferiti nelle regioni meridionali? Forse questo avviene perché lo stesso salario vale molto di più al Sud. Un insegnante di scuola elementare a Ragusa, ad esempio, ha uno stipendio che gli assicura un potere d’acquisto di almeno un terzo superiore rispetto a quello di un insegnante di Milano. Questo avviene, seppur in forma più contenuta, anche nel settore privato, dove però c’è un’alta probabilità di perdere lavoro. Il fatto che la competizione per trovare un altro impiego sia più alta al Sud che al Nord, perché ci sono più disoccupati e meno posti vacanti, è un problema per un dipendente privato, non per un impiegato pubblico che confida, a ragione, di non venire mai licenziato.
Finché il datore di lavoro pubblico non si darà strumenti per differenziare maggiormente le retribuzioni in base al costo della vita e per premiare le amministrazioni (più che i singoli) più efficienti al Sud tanto quanto al Nord, non ci saranno risparmi nel pubblico impiego e, soprattutto, non ci saranno miglioramenti nella qualità dei servizi offerti ai cittadini. Ma di salari e retribuzioni in questa interminabile legge delega (che darà luogo a ben 8 decreti delegati) proprio non c’è traccia. I nostri ministri, forse perché sono essi stessi soggetti ad un alto tasso di turnover, continuano a credere nelle virtù taumaturgiche del turnover nella Pa. Non si preoccupano di motivare la gran massa di dipendenti, a partire dai nuovi entrati, coloro che sono destinati a lavorare a lungo, forse a vita, nella pubblica amministrazione. Perché i nuovi dovrebbero comportarsi diversamente da coloro che si vuole “rottamare” se gli incentivi sono gli stessi di prima?
Il ricambio generazionale può servire solo se accompagnato a nuove regole retributive che cancellino definitivamente ogni automatismo negli avanzamenti retributivi e rimuovano l’egualitarismo di facciata, quello che permette divari stridenti nel potere d’acquisto fra diverse parti del paese per chi ha le stesse qualifiche e svolge le stesse mansioni. Per cambiare queste regole, il datore di lavoro pubblico dovrà, come giusto, contrattare con il sindacato. Può fare leva su un argomento molto forte: è un paradosso che il principio dello “stesso lavoro=stesso stipendio” venga disatteso in modo così palese proprio dove il sindacato è più forte.

Pubblicato il 5 agosto 2014 su La Repubblica

Matteo Renzi e la guerra col Tesoro (Angela Mauro)

Il Governo presenta il ddl Sblocca ItaliaBisogna avere il passo del maratoneta e non dello sprinter. Ma gli italiani ci chiedono di cambiare e noi cambieremo“. Tradotto: sarà più lunga e più dura del previsto, ma non si molla. Matteo Renzi parla con i giornalisti dopo aver fatto la spesa di libri per l’estate in Feltrinelli, a due passi da Palazzo Chigi. E basta guardare tra i volumi acquistati, per capire quanto il premier abbia da studiare per risolvere il principale dei suoi problemi: conti pubblici e crescita.

C’è ‘Lo stato innovatore’ di Mariana Mazzucato, professore in Economia dell’innovazione. C’è ‘Filosofia per la vita e altri momenti difficili’ del filosofo inglese Jules Evans, tanto per non perdere il filo con Telemaco, visto che il libro riscopre distillati di filosofia greca e romana utili nei tempi moderni. E c’è anche ‘Forza lavoro’ del segretario della Fiom Maurizio Landini. Renzi incrocia le dita alla vigilia della pubblicazione dei dati Istat sul pil per il secondo semestre, argomento affrontato nell’incontro con il ministro Pier Carlo Padoan a Palazzo Chigi, nel pomeriggio. “Ottimo clima”, specificano dal governo, “tra il ministro e Renzi c’è un ottimo lavoro di squadra e condivisione della strategia economica“. In effetti la sfida del premier con il Tesoro, che ieri ha costretto il governo a fare marcia indietro sulle pensioni degli insegnanti e su altri punti dei decreti Pubblica amministrazione e Competitività, non guarda a Padoan. Nel mirino ci sono i tecnici del Mef che hanno doppi e tripli incarichi nelle controllate di stato.

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